giovedì 13 ottobre 2016

Il Canada esporta in Sicilia grano duro pieno di glifosato e micotossine, ma pretende uva da tavola siciliana supercontrollata!!

I canadesi, che non si fanno alcun problema a rifilarci il grano duro zeppo di veleni, hanno preteso e ottenuto mille controlli sulla salubrità dell’uva Italia (che, detto per inciso, è una delle migliori uve da tavola del mondo!). Sono i paradossi di una Regione governata da politici dilettanti (non vogliamo pensare ad altre ipotesi…). E il bello è che l’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici, si vanta pure di aver fatto controllare l’uva che verrà esportata. E sul grano duro mezzo avvelenato che arriva in Sicilia con le navi, assessore, nessun controllo?                                             °.°

Simpatici, i canadesi: a noi ci spediscono il grano duro pieno di glifosato  e dimicotossine Però hanno preteso controlli severissimi prima di ricevere l’uva da tavola siciliana che, detto per inciso, è una delle migliori del mondo. Loro a noi ci possono rifilare il loro grano duro di pessima qualità pieno di sostanze nocive; noi, invece, prima di esportare i nostri prodotti agricoli, dobbiamo sottostare a regole severissime, perché i canadesi alla loro salute ci tengono!
Il bello sapete qual è? Che quel concentrato di irragionevolezza e di sfascio totale rappresentato dall’assessorato regionale all’Agricoltura della Sicilia che non fa nulla per bloccare il grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine che arriva sulle nostre tavole si è invece attivato per fare in modo che la salute dei canadesi sia ultra tutelata!
Sia chiaro che, quando parliamo dello sfascio dell’assessorato regionale all’Agricoltura non ci riferiamo al personale, che in massima parte è preparato; ci riferiamo alla politica e ai dirigenti generali che, invece di fare gli interessi della Sicilia, seguono le direttive della politica (e se non fanno quello che dice l’assessore di turno vengono mandati a casa: questa è la verità sulla legge Bassanini che avrebbe dovuto ‘separare’ politica e burocrazia: legge che ha invece ‘consegnato’ l’alta burocrazia alla politica!
Detto questo, tornando all’uva da tavola siciliana che tornerà ad essere esportata in Canada, diciamo subito che la storia che vi stiamo raccontando dimostra, ancora una volta, che la Regione siciliana è amministrata da nessuno.
“Siamo nelle mani di una massa di incompetenti”, ha detto Cosimo Gioia a proposito della crisi del grano duro  e i fatti, ancora una volta, gli danno ragione.
(Cosimo Gioia, per la cronaca, oltre ad essere un bravo imprenditore agricolo, è stato dirigente generale del dipartimento Agricoltura della regione ai tempi del Governo di Raffaele Lombardo: ed è stato messo alla porta perché ha provato a difendere il grano duro siciliano dalle schifezze cerealicole che arrivano dall’estero. Sacrificato dagli ‘ascari’).
La vicenda dell’uva da tavola siciliana è emblematica. Leggiamo assieme un comunicato stampa diramato qualche giorno fa dall’attuale assessore region ale all’Agricoltura, Antonello Cracolici:
“Dopo 5 anni di blocco riparte oggi da Mazzarrone l’esportazione di uva Italia in Canada con il primo carico da 20 tonnellate.”
Mazzarrone, importante centro agricolo del Catanese, è un’area nella quale si produce uva Italia di elevata qualità. L’altra area della Sicilia dove si produce uva Italia di prim’ordine è Canicattì e il suo circondario, in provincia di Agrigento (e anche alcune zone del Nisseno).
“Gli operatori del Servizio Fitosanitario (della Regione siciliana ndr) – prosegue il comunicato dell’assessore Cracolici – hanno applicato il protocollo dei controlli sul prodotto siciliano recentemente riconosciuto dalle autorità canadesi. Nel 2007, prima del blocco delle esportazioni, l’uva da tavola siciliana diretta in Canada superava le 700 tonnellate all’anno”.
Poi – a quanto si può dedurre – l’export siciliano di uva Italia verso il Canada è stato bloccato. Motivo: i canadesi hanno voluto fare chiarezza sulla salubrità dell’uva da tavola (in particolare, sull’uva Italia) prodotta in Sicilia.
“La merce – prosegue il comunicato – è stata sottoposta ad un esame integrato con le verifiche di qualità adottate dalle aziende produttrici, sotto la supervisione del Servizio Fitosanitario regionale che sta lavorando anche all’applicazione di un protocollo sanitario per avviare l’esportazione in Canada di albicocche, ciliegie, pesche, susine e kiwi. Le procedure di controllo sui prodotti concordate con i Paesi importatori sono già state applicate con successo anche per l’arancia rossa diretta in Giappone e in Cina. Il Servizio Fitosanitario regionale ha un ruolo strategico per favorire l’export dei prodotti siciliani nel mondo perché ha tra le sue funzioni anche quella di armonizzare le disposizioni sui controlli sanitari dei prodotti tra paesi importatori ed esportatori”.
Come potete notare, la Regione siciliana è dotata di un Servizio Fitosanitario che è perfettamente in grado di valutare se un prodotto agricolo – in questo caso l’uva Italia – può essere esportato perché privo di residui di pesticidi dannosi per la salute umana.
La cosa assurda è che questo Servizio Fitosanitario della Regione funziona per i prodotti agricoli siciliani che debbono essere esportati, ma non funziona per controllare i prodotti agricoli che arrivano in Sicilia dal Canada, dal Nord Africa, dal Sud Africa, dall’Asia, dalla Cina e via continuando.
Questo Servizio Fitosanitario della Regione non si occupa di controllare i prodotti agricoli che arrivano in Sicilia dal resto del mondo non per responsabilità di chi vi lavora (cioè del personale), ma perché la politica siciliana non ha interesse a tutelare la salute dei siciliani. E infatti nella nostra Isola arrivano le schifezze da mezzo mondo.
Il caso del grano duro che arriva dal Canada pieno di glifosato e di micotossine è eclatante, visto che queste sostanze dannosissime per la nostra salute (e responsabili, a lungo andare, di malattie gravi) finiscono sotto forma di pasta, pane, pizze, semola, farine, biscotti, dolci e via continuando sulle nostre tavole.
Ma c’è la frutta estiva che arriva dall’Africa (Dio solo sa che pesticidi usano le multinazionali che si sono impossessate dei terreni dell’Africa, usufruendo di un costo del lavoro irrisorio rispetto ai costi del lavoro in agricoltura del nostro Paese); c’è l’ortofrutta cinese e asiatica (non vi raccontiamo cosa combinano i cinesi con la passata di pomodoro, perché sennò smettereste di utilizzare passata di pomodoro acquistata nei supermercati per i prossimi trent’anni…).
Questi prodotti agricoli che arrivano in Sicilia non solo sono senza controlli, non solo mettono a repentaglio la nostra salute, ma ammazzano la nostra agricoltura: succede con il grano duro siciliano (quest’anno il prezzo di questo prodotto è precipitato a 14 centesimi al chilogrammo: tenete conto che, per riprendere le spese gli agricoltori siciliani e, in generale, del Sud Italia, dovrebbero vendere un chilogramnmo di grano duro 24 centesimi); succede con gli ortaggi; succede con la frutta.
Una vergogna avallata dall’Unione Europea dell’Euro e da un dannosissimo Parlamento Europeo dal quale, per protesta la Sicilia – se fosse una Regione seria – dovrebbe ritirare la delegazione parlamentare. Unione Europea dell’Euro e Parlamento Europeo stanno distruggendo l’agricoltura del Sud Italia e, in particolare, l’agricoltura siciliana.
Aiutati – per ciò che riguarda la Sicilia – dall’attuale Governo della Regione: in particolare, dall’assessorato all’Agricoltura che tutela la salute dei canadesi e non fa nulla per tutelare la salute dei Siciliani!
Ultima ‘chicca’. Dovete sapere, cari lettori di Time Sicilia, che i produttori di uva Italia di Canicattì e di Mazzarrone (e di altri piccoli centri della nostra Isola) sono tra i più bravi al mondo. Forse non esageriamo a definirli i più bravi del mondo. E sapete perché? Perché, da sempre, utilizzano in modo rigoroso e scientifico i pesticidi.
L’uva da tavola biologica, senza pesticidi, è un sogno. Ammesso che si possa produrre, costerebbe una barca di soldi. Per l’uva da tavola, piaccia o no, bisogna utilizzare i pesticidi. Ma bisogna saperli utilizzare. Facendo in modo che non rimangano residui dannosi per la salute umana. E in questo gli agricoltori di Canicattì, di Mazzarrone e centri vicini sono bravissimi. Non a caso l’uva Italia di questi centri della Sicilia si esporta in mezzo mondo.
Sapete qual è il paradosso? Che, a parte nei centri di produzione, trovare l’uva Italia di Canicattì e Mazzarrone in Sicilia è difficile. Se non ci credete, fatevi un giro per i supermercati. Troverete – questo è proprio il periodo dell’uva da tavola – altre uve. Ma difficilmente troverete quella di Canicattì e Mazzarrone.
E allora che uva da tavola mangiano, in tanti casi, i Siciliani? Qui arriva il bello.
L’uva da tavola coltivata nel Nord Africa (Egitto, Tunisia, Marocco) – guarda che caso! – matura nel periodo in cui matura quella siciliana.
Provate a leggere da dove arriva l’uva da tavola nei supermercati: nella stragrande maggioranza dei casi non c’è alcuna informazione. Perché le multinazionali sono contrarie alla ‘tracciabilità’ (l’indicazione di provenienza di un prodotto agricolo e informazioni sulle tecniche agronomiche e sulle metodologie seguite per conservare i prodotti).
Quindi troverete uva da tavola senza alcuna indicazione sulla provenienza. Arriva dal Nord Africa? Com’è stata coltivata? Che pesticidi hanno utilizzato? Come è stata conservata?
Buon appetito!

fonte: http://timesicilia.it/

sabato 7 novembre 2015

Carne e cancro



Lo IARC, l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha confermato ciò che si sospettava da anni: carni rosse e lavorate aumentano le probabilità di ammalarsi di cancro. Gli esperti raccomandano di assumerle con moderazione, ma facciamo chiarezza su alcuni punti importanti.


Che salumi e carni rosse fossero da limitare lo sapevamo da tempo: troppo sale e fonte di grassi saturi non fanno bene al nostro sistema cardiovascolare. Che fossero collegati ad alcuni tipi di tumore era noto soprattutto per la carne cotta alla griglia (per la formazione di alcune sostanze durante la cottura) e per i salumi. Ora lo IARC, Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha confermato quello che si sospettava: carne lavorata e carne rossa aumentano le probabilità di ammalarsi di cancro. Innanzitutto è bene sottolineare che i problemi per carne lavorata e carne rossa sono differenti e che non sono pericolose nello stesso modo di tabacco e amianto. Chiariamo alcuni aspetti importanti.

La carne lavorata è cancerogena?

Per carne lavorata si intende carne salata, essiccata, fermentata, affumicata, trattata con conservanti (nitrati e nitriti), ovvero quello che chiamiamo genericamente salumi. Per esempio wurstel, prosciutti, salsicce, carne in scatola o sotto sale, così come i preparati o i sughi a base di carne. Secondo lo IARC questi sono da catalogare tra gli agenti cancerogeni, quale causa di tumore del colon-retto. Il rischio aumenta al cresce del consumo quotidiano: una porzione da 50g di salumi, mangiata ogni giorno, aumenta il rischio del 18%.

La carne lavorata è pericolosa come tabacco e amianto?

Nel gruppo delle sostanze cancerogene per l’uomo, troviamo anche il fumo di tabacco e l’amianto, per esempio. Questo significa che il prosciutto è cancerogeno come le sigarette? No. La carne lavorata è stata classificata nella stessa categoria, ma questo non significa che sono pericolosi in ugual misura. Le classificazioni dello IARC considerano la forza dell’evidenza scientifica di una sostanza nel causare il cancro, ma non valutano il livello di rischio. Ogni anno nel mondo circa 34.000 morti di cancro sono attribuibili a una dieta ricca di carni lavorate e circa 50.000 sarebbero i decessi dovuti a un eccessivo consumo di carne rossa. Il tabacco è, invece, responsabile certo di circa un milione di morti registrate ogni anno nel mondo.

La carne rossa è altrettanto pericolosa?

Innanzitutto per carne rossa si intende quella di tutti i mammiferi: bovini (vitello e manzo), maiali, agnelli, montoni, pecore e cavalli. Questa non è stata classificata come cancerogena, ma comeprobabilmente cancerogena. Il rischio in questo caso è più difficile da stimare, ma gli studi stimano che il rischio del cancro al colon-retto può aumentare del 17% per ogni porzione da 100g consumata quotidianamente.

Si può quantificare il rischio di mangiare carni rosse?

I dati a disposizione non permettono di fornire una risposta. Gli scienziati dello IARC ribadiscono che l’incremento del rischio è piccolo, ma questo aumenta con il crescere delle quantità consumate. Le linee guida sull'alimentazione già consigliano di limitare il consumo di carne rossa e soprattutto i salumi della dieta. La nuova classificazione dello IARC rappresenta un invito ancora più forte a seguire queste raccomandazioni, così come a inserirle in un contesto più ampio fatto da una dieta ricca di frutta e verdura, nella quale siano presenti anche proteine vegetali (legumi), un consumo limitato di alcolici e  di sale. Il tutto accompagnato da uno stile di vita fisicamente attivo.

mercoledì 30 settembre 2015

Latte crudo o latte fresco?

Da qualche tempo si è nota la comparsa nelle città e nei comuni di piccole capannine nelle quali si può acquistare del latte sfuso. Ci si porta, da casa, la bottiglia (accuratamente pulita), o si compra al distributore una bottiglia che potrà essere riutilizzata. Si inseriscono le monete nella macchina , si riempie la bottiglia e dopo la si beve o la si porta a casa e i latte si può conservare per 3-4 giorni in frigo.
Questo strano fenomeno, dopo aver avuto un discreto successo oltreoceano, da un paio di anni è cominciato anche nel nostro paese e ora sta prendendo piede:
è la vendita del latte crudo al distributore, soprannominato da molti “il latte alla spina”.
E’ doveroso precisare che da questi distributori si ottiene del latte fresco, nel senso che è stato munto da poche ore.
Questo latte è “crudo”, cioè non ha subito trattamenti termici e viene venduto sfuso, è diverso dal latte “fresco” che si trova, già confezionato e sigillato, in commercio nei supermercati e nei negozi.
Questo ultimo ha subito un processo di pastorizzazione.

Differenze tra latte crudo e latte fresco

Il Latte Crudo

il latte “crudo” dei distributori è latte munto da poco tempo e comunque meno di 24 ore; proveniente da allevamenti, di qualità, accuratamente controllati dal punto di vista igienico e sanitario dalla competente Ausl: il latte viene solamente filtratorefrigerato rapidamente a una temperatura compresa fra 0 e 4° e conservato a questa temperatura.
I distributori di latte, anch’essi controllati dall’Ausl, vengono gestiti direttamente dall’azienda che produce il latte o da forme associate di produttori.
Si tratta di una forma di vendita diretta.

Il Latte Fresco

Il latte “fresco” può avere più di 24 ore dalla mungitura, subisce un trattamento termico industriale a una temperatura relativamente bassa, ma sufficiente a uccidere gli eventuali germi patogeni.
La distanza dal luogo di produzione e la catena commerciale possono essere molto lunghe.
Per intenderci meglio sulle differenze:
Tra questi due tipi di latte vi sono delle differenze anche dal punto di vista organolettico e della composizione. Il trattamento termico di pastorizzazione che da un lato distrugge gli eventuali microorganismi potenzialmente patogeni, dall’altro però abbassa il valore nutrizionale del latte distruggendo vitamine e degradando proteine.
In Particolare:
Il latte crudo
    contiene una flora batterica benefica,.vitamine, Enzimi come la fosfatasi, lisozima , proteine, grassi e sali minerali.
Il latte fresco
    a causa del processo termico di pastorizzazione modifica le sue caratteristiche in particolare ha una carica batterica molto bassa; i grassi sono più digeribili rispetto al latte crudo però di contro le vitamine presenti all’ origine sono in parte degradate, le proteine sono per circa il 40% denaturate e la caseina è meno digeribile.Alcuni enzimi come la fosfatasi vengono inattivati e molti sali minerali, in particolare di calcio e fosforo, assumono forme poco solubili e quindi assimilabili con difficoltà dall’ organismo umano.
    E’ evidente che si tratta di due prodotti diversi, ma che si sono trovati a essere contrapposti perché ci sono di mezzo gli interessi economici di due categorie:
    l’industria del latte e gli allevatori.

    I vantaggi della vendita diretta del latte

    La vendita diretta del latte ha una duplice convenienza economica in quanto assicura benefici sia ai produttori che ai consumatori. Il consumatore paga mediamente il 30% in meno che al negozio e al produttore viene riconosciuto un compenso almeno doppio rispetto al vendere il latte all’industria.
    Il maggior margine operativo sul venduto riconosciuto agli allevatori può contribuire a ridurre la ricerca dell’economia di scala per ridurre i costi di produzioni, con un conseguente, molto probabile decadimento della qualità del latte. La maggior parte dei distributori è ubicata al Nord Italia ma il fenomeno sta crescendo anche nel resto del paese.
    Una diatriba molto diffusa è quella sulla necessità della bollitura del latte crudo. La bollitura fa decadere le qualità nutritive più della pastorizzazione e paradossalmente la conservazione in frigorifero del latte bollito è meno sicura di quella del latte crudo.
    L’ ausl, oltre agli allevamenti, controlla spesso i distributori, il latte è di elevata qualità e può essere consumato così come prelevato, ma vanno seguite delle basilari norme di igiene, in particolare, la bottiglia vuota per il latte deve essere accuratamente pulita, meglio se sterilizzata, e deve essere rispettata la catena del freddo.
    Articolo scritto da Aldo Nardini di Agri.Bio Emilia Romagna .

lunedì 24 agosto 2015

Gli effetti del Biologico

“The organic effect”: ecco gli effetti del cibo biologico sul nostro organismo


Sin dagli anni ’80 Coop Svezia è stata pioniera per il biologico, aiutando gli agricoltori a passare alla coltivazione bio, favorendo l’accessibilità del cibo biologico per i consumatori e incitando la politica a favorire sempre di più la produzione di cibo biologico.
Lo studio ha preso come campione una famiglia composta da cinque persone, chiedendo ai diversi membri di cambiare la propria dieta e mangiare per due settimane, solo cibi bio. “Non compriamo mai prodotti biologici, perché costano di più e noi siamo una famiglia numerosa” ha spiegato la madre, Anette Palmbergs.
Le analisi delle urine fatte prima dell’esperimento rivelano, in tutti i membri della famiglia, la presenza di sostanze chimiche, in particolare, insetticidi, funghicidi e sostanze utilizzate per regolare la crescita delle piante. Dopo appena due settimane di dieta strettamente biologica, ripetendo lo stesso esame, i livelli di sostanze nelle urine diminuiscono notevolmente.
“Vogliamo – spiegano i responsabili di Coop Svezia – che la gente capisca perchè vale la pena di mangiare biologico, fa bene alla salute e all’ambiente. Lo studio ha dimostrato che mangiare cibo bio può riduorre i livelli di pesticidi nel corpo.
Quando la famiglia selezionata ha cambiato alimentazione, i livelli di pesticidi e il loro numero si sono ridotti, come risulta dai campioni biologici. Speriamo che questo studio e questo filmato possano incoraggiare la discussione e il confronto sui benefici del cibo biologico”.

Fonte: Informasalus
Tratto da: Morasta

giovedì 6 agosto 2015

Tutti i benefici del pomodoro




Pasta al sugo un po' più spesso, e insalata di pomodori anche tutti i giorni: aumentare il consumo di pomodori nella dieta non può che far bene alla salute, spiegano i ricercatori del National Center for Food Safety & Technology dell'Illinois Institute of Technology.

Calorie dei pomodori
I pomodori sono un frutto ricco d'acqua, vitamine e sali minerali, ma povero di calorie. Anche chi segue una dieta con restrizione calorica di solito può consumare pomodori senza problemi, dato che 100 grammi di pomodori freschiapportano soltanto 18 calorie. Approfittiamo dei pomodori feschi quando sono di stagione per arricchire la nostra alimentazione con questi preziosi ortaggi.
1) Benefici per il cuore
Il consumo di pomodori è correlato ad una diminuzione del rischio di incorrere in patologie cardiache pari al 29%. Il pomodoro, a patto che sia di provenienza biologica, è considerato come un vero e proprio farmaco naturale adatto per la prevenzione delle malattie che interessano il cuore, e non solo.
2) Contenuto di vitamina C
I pomodori sono ricchi di vitamina C, un elemento ritenuto fondamentale nel corretto funzionamento del nostro sistema immunitario, che il nostro organismo dovrebbe dunque assumere quotidianamente al fine di proteggersi dalle malattie. L'OMS indica che la quantità di vitamina C da assumere giornalmente debba essere pari a 45 mg. 100 gr di pomodori maturi ne contengono 25 mg, mentre 100 gr di conserva di pomodoro ne contiene 43 mg. (Fonte)
3) Contenuto di licopene
Il licopene, potente antiossidante, è considerato un alimento altamente protettivo per il nostro organismo nei confronti delle malattie degenerative legate ai processi di invecchiamento. Il licopene ci protegge da danni genetici e dalle conseguenti malattie. Il contenuto di licopene nei pomodori e pari a11mg/100 g nella polpa ed a 54 mg/100 g nella buccia. (Fonte )
4) Proprietà anticancro
I nutrienti fondamentali contenuti nei pomodori, compreso il sopraccitato licopene, conferiscono ad essi delle comprovate proprietà preventive nei confronti del cancro, con particolare riferimento ai tumori che colpiscono il colon e la prostata.
5) Proprietà dimagranti
Il consumo dei pomodori può essere considerato adatto a tutti coloro che necessitino di intraprendere una dieta dimagrante. Pare infatti che essi contribuiscano ad aiutare l'organismo nella perdita di peso. Ciò avverrebbe poiché i pomodori sarebbero in grado di stimolare la produzione dell'aminoacido carnicina, utilizzato dall'organismo per trasformare i lipidi in energia.
6) Prevenzione dell'osteoporosi
A parere di alcuni esperti una carenza di licopene nel periodo della menopausasarebbe in grado di favorire la comparsa dell'osteoporosi. E' bene dunque consumare alimenti ricchi di licopene ad ogni età a scopo preventivo (salvo particolari controindicazioni individuali). Oltre che nei pomodori, il licopene è contenuto in alimenti come angurie, cachi e pompelmi.
7) Controllo del colesterolo
I pomodori sono considerati come alimenti in grado di aiutare l'organismo a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue. Il loro consumo è dunque ritenuto adatto per coloro che abbiano questa necessità. Altri alimenti in grado di contribuire all'abbassamento del colesterolo sono l'avena e gli spinaci.
8) Protezione della vista
I pomodori sono benefici per gli occhi e per la vista, che sono in grado di proteggere per via del loro contenuto di betacarotene e luteina, in grado di ripararli dalle malattie degenerative. Broccoli, melanzane, zucche e zucchine sono altri alimenti particolarmente consigliati per la protezione degli occhi e delle capacità visive.
9) Proprietà digestive
I pomodori sono in grado di favorire il buon funzionamento dell'intestino per via del loro contenuto di fibre vegetali, come l'emicellulosa e la cellulosa, che sono particolarmente presenti nella sua buccia. Per questo il consumo di pomodori viene spesso consigliato a coloro che soffrono di stitichezza e intestino pigro.
10) Proprietà diuretiche
Per via del suo elevato contenuto di acqua, il pomodoro è in grado di stimolare la diuresi soprattutto se è consumato fresco e crudo, senza l'aggiunta di sale. Altri alimenti tipici dell'estate in grado di favorire la purificazione dell'organismo tramite l'eliminazione dei liquidi in eccesso sono angurie, meloni e cetrioli.



Fonte
http://www.greenme.it/mangiare/alimentazione-a-salute/8374-pomodori-calorie-benefici

mercoledì 2 aprile 2014

martedì 11 giugno 2013

prodotti locali VS import

L'Italia resta uno dei maggiori produttori alimentari al mondo, specialmente se si mette in relazione la disponibilità di aree coltivabili sul totale del territorio nazionale.

nonostante ciò si assiste ad un fenomeno che definirei assurdo: importiamo da altri paesi anche quei prodotti che abbiamo sempre prodotto.

quindi, esportiamo le nostre produzioni e consumiamo gli stessi prodotti provenienti dall'ìestero....
perchè avviene tutto ciò?

curiosando in internet mi sono imbattuto in questo articolo:


LA NOSTRA SPESA: UN PARADISO ARTIFICIALE
IN UN DESERTO ALIMENTARE?
di Ugo Biggeri e Giampietro Degli Innocenti
In Tempi Moderni, uno dei capolavori di Charlie Chaplin, una scena memorabile è quella del sogno di opulenza dei due vagabondi. Seduti affamati sul bordo di una strada sognano una casa in cui i frutti esotici (l'uva) si trovano a portata di mano fuori dalla finestra e la mucca viene a servire il latte sulla porta di casa senza bisogno di essere munta; insomma un vero paradiso. La scena risulta comica in quanto lo spettatore sa che la realtà è ben diversa e conosce come la frutta arriva alla tavola o come si mungono le mucche. Oggi però stiamo assistendo a qualcosa di simile al sogno rappresentato da Chaplin che ci coinvolge a livello collettivo. Il legame tra i nostri acquisti (non solo quelli alimentari) e la realtà è fortemente mediato se non del tutto sostituito da sovrastrutture pubblicitarie, commerciali e distributive che stanno cambiando il vissuto culturale e percezione di ciò che sta dietro i nostri acquisti. Di fatto aumenta continuamente la distanza culturale tra la vita quotidiana delle persone e l'origine dei prodotti naturali Alcune indagini svolte negli Usa ed in Italia hanno mostrato come sia diffusa una conoscenza molto approssimativa dell'origine del cibo quotidiano al punto che alcuni bambini abitanti nelle grandi città non sono in grado di disegnare un pollo vivo (lo disegnano spennato) o non abbiano chiaro da dove viene la bibita chiamata latte che bevono tutte le mattine. Ma forse ancora più preoccupante è il fatto che donne e uomini anche sopra i 50 anni, e quindi con una certa esperienza, si trovino a far la spesa e spendere più che nel passato semplicemente comprando più o meno quello che si trova sempre al supermercato sotto casa: zucchine, pomodori, insalate, carciofi. Il Paradiso artificiale del supermercato ci fa dimenticare il fatto banale che esistono le stagioni, per cui nella nostra regione o anche nel nostro paese frutta e verdura crescono naturalmente solo in alcuni periodi dell'anno. Se li troviamo fuori stagione possiamo essere sicuri di alcuni fatti:
1. provengono da molto lontano o sono stati coltivati in modo non naturale (serre riscaldate, chimica, ogm)
2. racchiudono un notevole costo energetico
3. ovviamente costano di più al nostro portafoglio!!
Se questo accade per i prodotti freschi, ovviamente la situazione diventa sempre più complessa per i prodotti trasformati o conservati. Nel Paese del pomodoro uno studio della Coldiretti a metà 2004 mostrava che l'importazione dalla Cina di pomodori preparati o conservati è risultata pari a oltre 71.000 tonnellate per un valore di 31 milioni di Euro nel primo trimestre dell'anno (2004): ciò corrisponde ad un aumento, in quantità, del 17% sull'anno precedente raggiungendo un livello quantitativo mai fatto segnare prima e conferendo alla Cina il ruolo di primo Paese fornitore dell'Italia di trasformati di pomodoro. Analizzando i dati che si trovano sull'annuario statistico Istat 2004 (dati 2003) e sull'annuario 2003 dell'Istituto per il Commercio Estero (dati 2002), in effetti si possono mostrare alcune cose interessanti. L'Italia rimane un paese con una elevata produzione agricola, ma negli ultimi anni la tendenza è stata quella di importare più derrate alimentari di quante ne esporta: riprendendo l'esempio dei pomodori (per i quali il saldo è ancora positivo) tra il 2002 ed il 2003 le importazioni sono cresciute da 58 ad 85 migliaia di tonnellate e le esportazioni sono calate da 127 a 104 migliaia di tonnellate. Su molti altri prodotti tipici dei nostri campi invece il saldo è negativo: patate, cipolle, agli; per i peperoni ne importiamo ben 59.000 tonnellate mentre ne esportiamo solo 9000.
Addirittura importiamo dall'Olanda il doppio della frutta e verdura che esportiamo in quel Paese: pur essendo quantità minime rispetto alla produzione nazionale, questo è un chiaro indicatore di un effetto distorsivo del mercato rispetto al buon senso che ci suggerisce la natura. Infine, per tutta una serie di beni alimentari la produzione nazionale (in percentuale sul totale nell'elenco successivo) non è in grado di soddisfare i consumi interni: legumi secchi (26%), frumento tenero e duro (41%), olii vegetali (52%). Viene da pensare che oltre al fatto che alcuni bambini non sappiano disegnare un pollo, la società si organizzi tra due poli: il paradiso artificiale in cui si trova tutto sempre e il deserto alimentare che circonderebbe le nostre città. Un deserto che rischia di essere tale non tanto per la capacità produttiva (che non manca), ma per la percezione culturale di un territorio che non sappiamo cosa può produrre, che rischia di divenire monocolturale, che addirittura rischia di essere abbandonato in quanto anche aziende agricole italiane iniziano a delocalizzare la produzione in paesi in cui terreni e manodopera costano meno. Un fenomeno, quest'ultimo, che sta interessando sempre più anche il biologico italiano che, nato dalla riscoperta della campagna e della sua cultura, rischia di venir risucchiato dalla competizione e dalle logiche di mercato nel vortice che porta ad accrescere le distanze tra i prodotti ed i consumatori. Il trend che allontana il campo dalla bocca, oltre che dai dati sopra esposti, è evidenziato anche dalla crescita regolare della distanza media percorsa da frutta e verdura per arrivare ai punti vendita che nel 2003 (ns. elaborazione) è stata di oltre 343 km! Uno dei fattori che favorisce questo meccanismo è sicuramente il modello distributivo che per le economie di scala si sta orientando sempre più verso la grande distribuzione (al ritmo del 4% annuo dei volumi di vendita) e in cui la strategia di vendita impone la necessità di creare il paradiso artificiale: in esso non mancano mai le varietà, ma non si accettano diversità. Anche l'Italia, pur con un sistema in cui ancora prevale la piccola vendita al dettaglio, rischia di avvicinarsi a grandi passi al del modello distributivo inglese in cui la vendita del cibo avviene ormai all'80% nella grande distribuzione (Reynolds, The Ecologist, UK, Aprile 2005, pag. 60) con conseguente scomparsa dei piccoli negozi di prodotti locali che svolgono anche un importante funzione di presidio e socializzazione sul territorio. Il buon senso ci fa intuire che ci deve essere qualcosa che non va in un sistema che porta all'abbandono delle campagne (e analogamente alla scomparsa del lavoro artigianale e manifatturiero) e se ragioniamo una po' sul perché si determina una situazione del genere ci si rende conto facilmente che una parte delle responsabilità è sicuramente nelle mani dei cittadini, dei consumatori, delle persone e del loro modo di fare la spesa. Tra i tanti cosiddetti diritti del consumatore dovremmo riappropriarci del diritto di scegliere, di non comprare ciò che non ha senso, di riportare nell'atto dell'acquisto il piacere della relazione umana e del rispetto della natura. Si può fare, si comincia a fare in Italia anche riscoprendo vecchi sani modi di fare la spesa...

giovedì 6 giugno 2013

eCOMMERCE UN VOLANO
PER LA RIPRESA DEL MADE IN ITALY

La previsione di crescita delle vendite dai siti italiani per tutto il 2013, secondo l’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm–School of Management del Politecnico di Milano, si attesta intorno al 17%, per un fatturato stimato intorno ai 11,2 miliardi di euro. Fra i principali comparti sono in crescita rispetto al 2012: l’abbigliamento (27%), l’informatica (24%), l’alimentare (18%), il turismo (13%), le assicurazioni (12%), l’editoria (4%).
Da aprile 2012 ad oggi gli acquirenti online attivi sono aumentati di oltre il 50%, raggiungendo quota 13,6 milioni a fine aprile 2013 (fonte Human Highway-Netcomm), con un picco di 14 milioni di eShopper nel periodo natalizio. L’indagine Netcomm-ContactLab sui comportamenti d’acquisto dei consumatori ha analizzato le abitudini della popolazione di 5 Paesi Europei Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna, e mostrato che in Italia a fronte di quasi nove utenti su dieci (89%) che si informano online su prodotti e brand, solo tre su dieci (34%) acquistano online, mentre in UK l’infocommerce più frequentemente si tramuta in occasione di acquisto: nove inglesi su dieci tra gli utenti regolarmente connessi ad Internet acquistano online; in Spagna lo fa un utente su due.
Crescono del 50% rispetto all’aprile del 2012 gli utenti attivi online, con un picco di quasi 14 milioni di eShopper nel periodo natalizio. La grande propensione all’uso di smartphone fa crescere del 160% il valore del Mobile Commerce, raggiungendo la quota di 427 milioni di euro.
Questi sono solo alcuni dei dati salienti presentati nel corso dell’ottava edizione del Netcomm eCommerce Forum 2013, alla presenza di oltre 4.000 invitati, tra aziende, professionisti e giornalisti, “un’adesione che dimostra come l’eCommerce sia una grande opportunità per le nostre aziende, soprattutto nella difficile congiuntura economica


FOCUS SUL CONSUMATORE ONLINE : INDAGINE NETCOMM-CONTACTLAB
Nell’indagine svolta su un panel di 61mila utenti sulle abitudini degli utenti internet italiani nell’acquisto online, parte integrante dello European Digital Behaviour Study 2013, si sono analizzati i comportamenti digitali della popolazione di cinque paesi europei: Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna. Solo il 34% degli italiani che navigano online decidono di acquistare, contro il 90% di UK, l’87% in Germania, il 79% in Francia e uno su due in Spagna.
Da una parte è sicuramente sintomo di una forte potenzialità di crescita ancora tutta da esprimere rispetto agli altri Paesi oggetto dell’indagine: l’indagine ci rivela, infatti, anche che l’8% di chi non ha ancora acquistato online pensa di effettuare il primo acquisto nei prossimi 12 mesi; a questi utenti si aggiunge un ulteriore 50% di utenti disposti a comprare online, anche se non sanno ancora esattamente quando. Di più, va confermandosi un circolo virtuoso per cui chi già acquistava, non solo in Italia ma in tutti i Paesi oggetto dell’indagine, nell’ultimo anno lo ha fatto più spesso e con maggiore varietà. A ciò si aggiungono anche se in forma più contenuta le diffidenze nei confronti dei pagamenti online, come testimonia anche la caratteristica tutta italiana di preferire il pagamento tramite carta di credito prepagata (lo dichiara il 48% degli utenti intervistati).

La crescita degli acquisti on line nel settore alimentare, dimostra come le diffidenze nell’acquisto “al buio” vengono lentamente superate, anche grazie a sempre alla qualità di ciò che viene offerto e che, quindi, non lascia delusioni in chi si affaccia su questo nuovo metodo d’acquisto. Inoltre un efficiente customer care a cui rivolgersi in casi di disguidi, non fa rimpiangere il rapporto personale con il venditore sotto casa.

Il vantaggio di questo canale di vendita alternativo è evidente: anche le piccole aziende produttrici possono vendere i loro prodotti autonomamente e a lunga distanza, e il consumatore può ridurre il tempo dedicato alla spesa e lo stress che ne consegue (traffico, parcheggio, sacchetti, ecc)

venerdì 5 aprile 2013

può il biologico alimentare il mondo?????

Fino a poco tempo fa ci è stato detto che l'agricoltura tradizionale, cioè con l'impiego di fertilizzanti e altre sostanze chimiche, era l'unica soluzione per poter produrre cibo a sufficienza per tutti, cosa che l'agricoltura biologica non avrebbe potuto fare.
Finalmente un recente studio del Rodale Institute durato oltre 30 anni ha dimostrato che i sistemi di agricoltura biologica producono rendimenti più elevati rispetto a quelli OGM ed ai sistemi di coltivazione convenzionali non-OGM. L’agricoltura biologica è anche completamente auto-rinnovabile e sostenibile, come il compostaggio, il letame ed altri metodi biologici di concimazione naturale per l’arricchimento del terreno ed eliminando la necessità dei pesticidi ed erbicidi tossici.

Non dimentichiamo, poi, l'enorme spreco di cibo che viene fatto nei paesi "sviluppati" e le malattie dovute all'eccessivo consumo di alimenti come già scritto in un precedente post.
http://noisiamociochemangiamo.blogspot.it/2012/06/cosa-ce-di-sbagliato.html

Barry Estabrook, una delle figure principali delle politiche alimentari, sostiene che il cibo biologico non solo può nutrire il mondo, ma è anche “l’unica speranza che abbiamo per farlo”. Estabrook fa notare che l’agricoltura industriale sta rapidamente impoverendo la terra e creando problemi ambientali, mentre l’agricoltura biologica è rigenerativa; ciò significa che addirittura migliora la qualità della terra, fa risparmiare i contadini (essendo priva di fertilizzanti e pesticidi), richiede meno input e meno energia e può contribuire a mitigare le emissioni globali di CO2.
Inoltre, se l’agricoltura industriale non fosse così fortemente sovvenzionata, i prodotti biologici sarebbero molto più economici. Non esiste nessuna prova scientifica che dimostri che l’agricoltura biologica non possa nutrire il mondo, dice Estabrook. Cita un documento della British Soil Association [EN] che ha scoperto che dei 98 studi sull’agricoltura biologica condotti tra il 1998 e il 2007, ogni singolo studio ha evidenziato che il cibo biologico può nutrire il mondo.

Inoltre, anche la FAO dichiara: l'agricoltura biologica puo' sfamare il pianeta (7 Marzo 2001).

venerdì 15 marzo 2013

qualità degli alimenti importati

Alimenti importati, residui cinque volte superiori

Sicurezza alimentare: rapporto Efsa controlli nelle derrate alimentari nel 2010. Primato dell'Italia: 0,3% di irregolarità

I risultati dei controlli dei residui di agrofarmaci effettuati in 29 Paesi europei  su 77.000 campioni di circa 500 tipi diversi di derrate alimentari, fresche e trasformate, hanno evidenziato un tranquillizzante 1,6% di campioni contenenti livelli superiori ai limiti di legge.
Secondo i dati dell'Efsa un prodotto su due in Europa è privo di residui, a fronte di un 98,4% con residui entro i limiti, e la percentuale arriva a 99,7% per l’Italia.

Italia nell'eccellenza
Come ricordato in un comunicato stampa di Agrofarma, la principale associazione di produttori di agrofarmaci, l'Italia detiene il primato di sicurezza alimentare, con un limitatissimo 0,3% di campioni con livelli di residui superiori ai limiti legali e un sonante 64,2% di campioni di ortofrutticoli del tutto privi di residui, come dettagliato nel Rapporto ufficiale Fitofarmaci del Ministero della Salute, pubblicato sul relativo portale.

Risultati

I programmi nazionali di monitoraggio hanno riscontrato che il 97,2% dei campioni conteneva residui entro i limiti legalmente ammessi in Europa, noti come Livelli massimi di residui (Lmr). I più bassi tassi di sforamento sono stati riscontrati negli alimenti di origine animale, con lo 0,1% di campioni sopra i limiti consentiti.
I tassi di eccedenza negli alimenti importati nell’Ue, in Norvegia e in Islanda erano oltre cinque volte più alti rispetto a quelli degli alimenti originari di queste nazioni: il 7,9% rispetto all’1,5%.
L’analisi di 3.571 campioni di alimenti biologici ha mostrato una percentuale di eccedenza dello 0,8 %.

I risultati del programma coordinato dall’UE[3] per il 2010 hanno evidenziato che il 98,4% dei campioni analizzati era in linea con i limiti ammissibili. I tassi di eccedenza dei LMR sono rimasti ampiamente stabili negli ultimi quattro anni – con una percentuale dei campioni oltre i limiti legali che oscilla tra il 2,3 % nel 2007 e l’1,2 % nel 2009. La relazione 2010 ha riscontrato che gli alimenti con la più alta percentuale di campioni oltre i LMR erano l’avena (5,3 %), la lattuga (3,4 %), le fragole (2,8 %) e le pesche (1,8 %).


La sommatoria dei residui resta un'incognita, anche se negli Usa è applicata da tempo


L'argomento non è comunque nuovo: l'Epa americana ha pubblicato ancora all'inizio del 2002 (prima che l'Efsa fosse istituita) una linea guida sulla valutazione cumulativa del rischio dell'esposizione contemporanea a diversi tipi di agrofarmaci.
Il pragmatismo americano ha comunque consentito l'identificazione di 5 gruppi di sostanze con differenti meccanismi di tossicità: Fosforganici (es. clorpirifos, fosmet, dimetoato, malathion), N-metil carbammati (es. metomil, oxamyl, pirimicarb), Triazine (es. atrazina, simazina, propazina, non più autorizzate in Europa, dove è rimasta la sola terbutilazina), Cloroacetanilidi (es. alaclor e acetoclor, non più autorizzati in Europa, dove è rimasto solo il metolachlor, che peraltro non sembra condividere lo stesso meccanismo d'azione dei primi due), Piretrine/Piretroidi (innumerevoli sostanze, la valutazione cumulativa è ancora in corso).

mercoledì 20 febbraio 2013

prodotto a co2=0

vedo da alcuni giorni la pubblicità in televisione di un noto marchio di riso italiano che si vanta di produrre a co2=0

estratto dal loro sito:

<<Oggi, la passione per il nostro lavoro ci ha portato ad essere un polo produttivo di assoluta eccellenza europea nella condivisione dei valori connessi ad una costante crescita qualitativa e tecnica che sia anche ecologicamente sostenibile.
Prodotto nella riseria XXXXX a Valle Lomellina, certificata ISO 14064, XXXXXXXXX è il primo in Europa frutto di un processo a Bilancio CO2=ZERO, dove le emissioni di gas serra da consumo energetico sono pienamente compensate dal beneficio ottenuto grazie alla produzione di energia da fonti rinnovabili, facendo propri i valori dei trattati di Durvban e Kyoto. >>

Ora io mi chiedo: è lecito dire che produco a CO2=0 se in realtà ogni attività che impiega combustibili fossili produce co2 e poi "lo metto a bilancio" con quello che produco con un qualsiasi pannello fotovoltaico sul tetto del mio capannone o con un impianto a biomasse?

chi ne sa più di me (che non so niente!) è libero di commentare.

lunedì 18 febbraio 2013

il cibo-spazzatura non danneggia soltanto il fisico

Una ricerca universitaria ha dimostrato che tra i consumatori abituali di fast food e cibi-spazzatura vi è una più alta diffusione di sindromi depressive.

sembra difficile trovare il collegamento tra le due cose.

Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Investigation dimostra che consumare cibi spazzatura altera alcune funzioni del cervello che porta a mangiarne sempre di più. Sono danni diretti all'Ipotalamo che è responsabile della sensazione di fame o sazietà. Quindi chi ne mangia regolarmente ne mangerà sempre di più con tutte le conseguenze di cui abbiamo già parlato nei post precedenti.

lunedì 4 febbraio 2013

...problemi "da uomini"






Nessuno di noi se ne preoccupa fino a quando arrivati ad una certa età, complici alcune brutte abitudini, i problemi di "virilità" iniziano a farsi vedere!.

ritengo superfluo spiegare cosa sia la disfunzione erettile, se non lo sapete (e auguro a tutti noi di non saperlo mai) basta un click sul link.

tra le cause FISICHE riconosciute ci sono le seguenti

Cause fisiche della disfunzione erettile

Nella maggior parte dei casi la disfunzione erettile è causata da qualcosa di fisico. Cause comuni includono:
  • Patologie cardiache,
  • Vasi sanguigni intasati (aterosclerosi),
  • Pressione alta,
  • Diabete,
  • Obesità,
  • Sindrome metabolica, una condizione che comprende aumentata pressione sanguigna, alti livelli di insulina, grasso corporeo intorno alla vita e colesterolo alto,
  • Morbo di Parkinson,
  • Sclerosi Multipla,
  • Testosterone basso,
  • Malattia di Peyronie con sviluppo di tessuto cicatriziale nel pene,
  • Alcuni farmaci,
  • Uso di tabacco,
  • Alcolismo e altre forme di abuso di sostanze,
  • Trattamenti per il cancro alla prostata o per ingrandimento della prostata,
  • Interventi chirurgici o lesioni che colpiscono l’area pelvica od il midollo spinale.



Delle 15 cause riportate 6 sono una diretta conseguenza dell'alimentazione sbagliata e altre 3 sono legate a "brutte" abitudini.

ciò significa che 9 cause su 15 dipendono solo ed esclusivamente da ciò che noi uomini facciamo per noi stessi.



avere cura di noi stessi ci permetterà di godere di alcuni piaceri della vita più a lungo possibile!

mercoledì 30 gennaio 2013

il sacchetto di plastica nel forno

....è da un po' di tempo che, ogni volta che vedo in tv la pubblicità del pollo che cuoce in forno in un bel sacchetto di plastica, mi chiedo se questa tecnica sia veramente sicura.



il mio scetticismo mi porta a pensare che la plastica a 200 gradi, per quanto resistente sia, possa "insaporire" il famoso pollo.
non ho fatto molte ricerche per sapere cosa gli esperti sostengono, ho visto che Altroconsumo li ha dichiarati sicuri per la salute degli alimenti e di chi li consuma, mentre Il Salvagente in una vecchia ricerca diceva che non sempre lo erano e che, in determinate circostanze potevano rilasciare alcune sostanze nei cibi che vi stanno dentro.

mi sembra di capire, che con questa tecnica, si evita di sporcare la teglia, il forno e di "insaporire" i cibi già conditi che vi stanno dentro.

Quindi, per queste utilità, inquiniamo di più producendo più plastica, mangiamo alimenti contaminati da chissà cosa rischiando la nostra salute e dobbiamo accettare i condimenti di dubbia qualità che vi stanno all'interno.

ne vale veramente la pena?????

chiunque ne sappia di più sull'argomento ci dia maggiori dettagli.

giovedì 4 ottobre 2012

perchè costa tanto mangiare....



Cera una volta l'agricoltura tradizionale.... e oggi ?
Tanti anni fa...
 (neanche tantissimi, visto che nel sud Italia era così fino a circa 30/40 anni fa) gli acquisti alimentari, e il rapporto tra produttore e consumatore era diretto o quasi, mi spiego:
vi era un agricoltore che produceva le varietà stagionali in base al territorio in cui era localizzato (oggi le chiamiamo Tipicità) e, generalmente, al mattino si recava al mercato dove la massaia acquistava i suoi prodotti e li impiegava in cucina.
Ne deriva un rapporto diretto e di fiducia tra l'inizio e la fine di tutta la filiera.
Inoltre, il valore era equamente diviso tra i due, di conseguenza il contadino era ben remunerato per il suo lavoro e il consumatore pagava effettivamente per quello che portava a casa.

Oggi..
è complesso ma voglio analizzare la filiera in tutte le sue parti, e, sicuramente ne dimenticherò qualcuna:
  • Produzione agricola
    • Imprenditore agroalimentare (produttore)
    • fornitore di sementi e piantine
    • fornitori di fertilizzanti e additivi
    • trasporti
    • manodopera interna ed esterna
    • fornitori di servizi (contoterzisti per lavorazione terreni ecc)
    • consulenti
    • agenti di vendita
  • Commercializzazione
    • Grossista
    • trasportatori
    • packaging
    • agenti e commerciali
    • dipendenti
    • servizi
  • Dettaglio
    • grande distribuzione
      • piattaforme logistiche e di stoccaggio
      • servizi di marketing e promozione
      • dipendenti
      • altri costi variabili accessori
    • negozi specializzati
  • Cliente
Ho così riassunto una filiera che aggiunge costi e margini ad ogni singolo passaggio e sapete chi paga tutti questi costi?????
...immagino che tutti abbiano risposto: il cliente finale che fa la spesa.

se torniamo indietro, e non parliamo del paleolitico ma sempre di 3 o 4 decenni fa, l'agricoltore produceva da se le proprie sementi ottenute dal raccolto dell'anno precedente, si lavorava in famiglia, quindi l'impiego di manodopera o servizi esterni era limitato, il packaging non esisteva, o almeno non come lo conosciamo oggi, la plastica era quasi sconosciuta, i fertilizzanti erano per pochi, in quanto costosi, e tutti usavano il letame prodotto dai propri animali.

la carne aveva lo stesso percorso o quasi:
un allevatore vendeva le proprie bestie ad un macellaio che andava a prenderle da se e poi la carne veniva venduta direttamente in macelleria.

potrei andare avanti per ore ma mi fermo qua.

è solo un modo per riflettere sul moderno mercato alimentare che ha portato i seguenti risultati:
  • Impoverimento dei produttori
  • impoverimento dei consumatori
  • inquinamento dell'ambiente
  • malattie derivanti da un'alimentazione di scarsa qualità
per non parlare dei risultati psicologici, per i quali non voglio entrare nel merito essendo un profano di tali scienze, ma riflettendo noto che:
  • lavorare in agricoltura è stato classificato come degradante, poco appagante e poco remunerativo
  • abbandono dei terreni e scarso ricambio generazionale
  • perdita dell'identità alimentare e territoriale a favore della globalizzazione dei consumi.
Oggi vedo che molti giovani ambiscono (purtroppo per necessità) ad un posto di lavoro in un call center sotto le luci al neon con le cuffie a disturbare clienti che stanno pacificamente a casa loro, cercando di vendere loro servizi o prodotti di cui spesso non hanno bisogno guadagnando da 0 a 450 euro al mese.
I braccianti agricoli (ormai quasi tutti stranieri) che stanno all'aria aperta e lavorano dalle 7 alle 15 guadagnano dai 35 ai 50 euro (parlo dell'area della Calabria centro settentrionale) al giorno che moltiplicato 20gg fa uno stipendio che va da 700 a 1000 euro al mese.

evviva l'era moderna!!!

http://www.federalimentare.it/Documenti/RicercaNomismaFilieraAgroalimentare.pdf